Quando eravamo fratelli

94 min

Genere: Drammatico

Paese: USA

Regia: Jeremiah Zagar

Cast: Evan Rosado, Isaiah Kristian, Josiah Gabriel, Raúl Castillo, Sheila Vand

Anno: 2018

Lingua: Italiano

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Trama

Tratto da un libriccino di Justin Torres che nasce da un'esperienza di vita vera, il film dello statunitense Jeremiah Zagar ha come protagonisti tre fratelli portoricani Manny, Joel e Jonah, che vivono in una zona arretrata degli Stati Uniti chiamta Utica. La storia tratta della loro complicità e del rapporto con i loro genitori: un affetto spesso interrotto da litigi furibondi, dagli abbandoni e dai rientri di un padre impulsivo e manesco, e con tutte le ripercussioni che ciò ha sull'equilibrio di famiglia in casa. I bambini si fanno strada nella loro infanzia, ma Jonah rispetto ai suoi fratelli crescendo incomincia un suo percorso personale che si distacca dall'ideale mascolino incarnato dal padre e insegue la definizione di una sua sensibilità, aprendosi a ciò che sente. Un cammino che si preannuncia più impervio - e più appartato - ma sicuramente più libero.

Il regista è legato ai ricordi dei video 35mm o 16mm, in technicolor, mentre ora è tutto pulito, nitido, digitale. We the Animals invece è girato in pellicola 16mm, che con la sua grana spessa conferisce all'ottima fotografia un senso materico e di calore alle bellissime tinte delle albe, dei tramonti o della luce del sole che filtra dalle finestre e solca in maniera delicata i visi dei bambini. Questa luce suggestiva e avvolgente, insieme al lirismo dilagante e all'intimità (i sussurri, il ricorso frequente ai primi piani) che pervadono il racconto, così come i movimenti di macchina liberi e sinuosi, avvicinano questo film allo stile etereo di Terrence Malick.

Il lungometraggio è realizzato con una tecnica mista: riprese dal vero che si alternano a sequenze di animazione, nello stile delle riprese a passo uno. Ovvero, disegni su carta fotocopiati e ripetuti per circa 6500 disegni. Con la camera a spalla, Zagar riprende spesso in mezzo alla scena, fra i personaggi. C'è una forte empatia, quasi partecipazione, immedesimazione. La macchina da presa è sempre in mezzo. Non li perde mai di vista. Addirittura, rompe i confini della diegesi cinematografica e viene afferrata da uno dei bambini.

La vitalità e la creatività sono al centro di questo racconto sul rapporto fra crescita e sofferenza. Il piccolo Jonah ne è il principale portavoce: l'arte spesso è adoperata da lui come valvola di sfogo, come luogo in cui nascondersi, unico momento in cui sentirsi veramente liberi.

Trailer e foto